venerdì 8 novembre 2013

Lecco diary part II

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2013-04-25 Lecco, besanino

Lecco diary part II

Terrazzo della piazza della basilica di San Nicolò Leuci Patrono che dà sulla sottostante dedicata a Mario Cermenati. È una sera come le altre, l’aria poco più fresca e umida del giorno appena trascorso s’addensa di tutti gli odori della città, il cielo sopra di essa, oltre i monti, è fatto di sfumature che dal rosso degradano verso il blu, sempre più intensamente, sempre più velocemente.
Il fumo di una sigaretta si staglia denso e compatto contro la luce arancione e ancora fioca di un lampione e spinto dal leggero vento della sera si espande e si dissolve, proprio in direzione della piazza Cermenati per poi allargarsi sottile e quasi invisibile verso il lago in un mezzo turbinio di sali, scendi curva e ricurva.
Si respira bene quell’aria, fresca e venata dal calore che sale dal granito della balaustra e del lastricato tutto intorno, dove le ombre da arancioni passano al blu e la luce cessa di provenire dalla volta del cielo per concentrarsi dai lampioni, i quali proiettano tanti piccoli coni di luce nello spazio scuro della sera.
Da qui, da piazza Cermenati, dallo stemma della città di Lecco parte una linea scura, un lungo solco che tutti percorrono e che si unisce alla fontana a cinque bocche di piazza XX Settembre, dove si può sentire il suono dei tacchi di signore e signorine sul selciato, dal “tic” più leggero al “tac” del passo svelto al “toc” del piede pesante della passeggiata “giù in centro”. Sono donne, tutte donne, o almeno credono di esserlo; dai sedici ai sessant’anni tutte più alte, tutte si credono superiori dall’alto dell’instabilità dei loro tacchi.
Non v’è molta differenza tra di loro: fondo tinta, un contorno di rossetto rigorosamente in tinta, pantaloni stretti che segnano la gamba, qualcosa di molle lo si indossa sempre dalla vita in su; occhiali, non importa se da vista, da sole o “riposanti”, l’importante è il segno grafico della montatura sul viso.
Tutte passano da quel solco, mai sole, sempre accompagnate dal loro degno cavaliere o, in mancanza di questo, da amiche simili in tutto e per tutto o del tutto diverse.
Lungo questa linea passeggiano molte persone, a volte in gruppi numerosi e fitti tanto da ostruire l’ingresso di via Roma, al di là della piazza, ove si corre il rischio d’esser schizzati dai getti verticali della fontana che i più giovani e incontrollati si divertono ad attraversare incolumi, altre volte a gruppi radi, anche una o due persone, che quasi la piazza sembra inanimata; dipende dagli orari, dalla giornata, dalla stagione e dal tempo in generale. Da questi gruppi, filari o colonne, di tanto in tanto si levano sbuffi di fumo che da compatte nuvolette si dissolvono saturando la volta della piazza. In questi ultimi tempi si vedono molte sigarette elettroniche, il cui fumo altro non è che vapore acqueo aromatizzato e tutti le possono fumare, persino coppie di giovani adolescenti che vestiti da punk, rapper, pin-up, Barbie e Chen o da rasta fari, girando per il centro estraggono quest’oggetto high tech e senza nemmeno arrestare il passo sbuffano, semplicemente, ogni occasione è buona per farlo.
La piazza, sì, perché è il luogo più frequentato, dove ci si incontra per stare e fare, dopo si va; secondo quella strana “legge” sociale che si avvale dei principi di relatività e soggettività per cui se luoghi e persone esistono solo se vissuti, o hanno maggiore solidità e matericità dei ricordi, allora le piazze XX Settembre e Cermenati sono il luogo più esistenti di Lecco, assieme alla stazione Fs in Piazza Lega Lombarda.
La società non è composta da individui tutti uguali, non è una massa informe munita di un solo cervello, no, le unità sono piccole e molteplici, sono gruppi di poche persone in relazione, che a loro volta si collegano agli altri gruppi, il come e perché sono un mistero; dunque più cervelli uniti dall’essere essere qui ed ora, concentrati nel vivere il momento presente.
Il cellulare, o meglio il suo utilizzo costante oltre a generare una nuova gestualità crea anche una sorta di indifferenza: “tutto” o quasi “ciò che mi interessa o di cui potrei aver bisogno è qui nella mia tasca”; sembra quasi un mantra; gli occhi fissi sulle mani, le mani nelle tasche e le orecchie assordate dalla musica che da lì vi proviene: è l’attesa della società nostra contemporanea, quella che si consuma tra caffè, aperitivi e incontri nelle piazze.
Proseguendo il cammino verso la stazione, passando per via Roma e via Cavour, si trovano i negozi del centro, le cui vetrine dettano legge che se ne si osservino i canoni o che sinceramente e pubblicamente li si rifiuti per seguirne gli opposti: uguagliarsi per apparire.
Ma Diverso da Chi? Uguale a che cosa? Che senso ha distinguersi o uguagliarsi ha qualcuno o qualcosa? Se si, ha senso il modo in cui si avvia questo processo? Ha senso la diversità a tutti i costi o l’uguagliarsi del tutto?
Chi sono e cosa vogliono i nuovi giovani? Quale cultura istruisce i nuovi studenti delle superiori, le nuove generazioni? La tv e i manga rientrano nell’esperienza quotidiana; ma vengono veramente rielaborati e compresi nei loro segni, significati e simboli? O fungono solo da nuova e altra realtà simulata che integra di quelle esperienze che nella quotidianità non si possono realizzare?
Solo mode o correnti di pensiero consapevoli o almeno libere di aggregarsi per affinità di sentimento?
Le combinazioni sono infinite: un indumento, un colore di smalto, un braccialetto, zaino o borsa.
In un solo liceo, in un solo treno, in un solo vagone è possibile incontrare buona parte del campionario del mondo contemporaneo: troppo eye-liner, troppo poco, un paio di occhiali, un po’ di quella barba strana degli adolescenti, i-phone e continui messaggi, le cuffie della musica, le espressioni, gli sguardi tra lo smarrito e il sicuro o lo strafottente, i volti conturbanti delle giovani ragazze e tutti i loro misteri, o segreti.
Quando si è giovani, veramente giovani, ci si sente assoluti, si soffre del complesso di indistruttibilità; quando si è adulti e non si accetta la propria distruttibilità si continua a parlare e comportarsi come assoluti, il cui “centro del mondo” è il proprio naso, forse un po’ cresciuto.
Giunto in Stazione con lo sguardo tutto è rilevante, dal nuovo sottopassaggio che apre un collegamento diretto verso le Meridiane, alle grate del marciapiede d’attesa dei pullman, da cui si possono ammirare i centinaia di mozziconi di sigarette lasciati cadere in un antro scuro ad almeno sette metri di profondità dal suolo, né fogna né canale, del quale forse nessuno sa dove porti benché l’acqua piovana scorra al suo interno, all’orologio, all’edicola, ai bar che si affacciano sulla piazza.
La sera la Stazione è deserta, ma è il sabato a mezzo giorno all’uscita delle scuole che si riempie e anima quasi a scoppiare, cosi viva e cosi esistente è solo un luogo di passaggio.
In una tiepida sera serena l’ultimo treno è pronto sul binario, questa sera le piazze e le vie del centro riprendono la loro consistenza, vi cammino molte persone.
Un ultimo sbuffo di fumo accanto a me e più lontano il fischio del treno.

Re Daniele 07-04-2013 – 14-05-2013